sabato 24 settembre 2005

IO, DON JOSÉ DE ABOS Y PADILLA, Notaio


delle Reali Entrate di Sua Maestà, Cancelliere della Provincia, Pubblico Notaio della Santa Crociata di questo Vescovado, ecc. ecc.


dichiaro e certifico a termini di legge che, nella causa criminale aperta il 24 settembre 1799 contro i negri della nave San Dominique, venne fatta davanti a me la dichiarazione seguente:


Dichiarazione de/ primo testimone, DON BENITO CERENO.


Lo stesso giorno, mese e anno, Suo Onore il dottor Juan Martinez de Rozas, Consigliere della Real Corte di questo Reame, dotto nelle leggi di questa Intendenza, ingiunse al capitano del San Dominique, Don Benito Cereno, di comparire; il che questi fece in lettiga, assistito dal monaco Infelez; ne ricevette giuramento, ch'egli prestò per Dio nostro Signore e con un segno di Croce, obbligandosi a deporre la verità su tutto ciò che sapeva e che gli fosse richiesto; [...].


HERMAN MELVILLE
Benito Cereno, 1855


venerdì 23 settembre 2005

L'infinita
Pablo Neruda

Vedi queste mani? Han misurato
la terra, han separato
i minerali e i cereali,
han fatto la pace e la guerra,
hanno abbattuto le distanze
di tutti i mari, di tutti i fiumi,
e tuttavia
quando percorrono
te, piccola,
grano di frumento, allodola,
non riescono a comprenderti,
si stancano raggiungendo
le colombe gemelle
che riposano o volano sul tuo petto,
percorrono le distanze delle tue gambe,
si avvolgono alla luce della tua cintura.
Per me sei un tesoro più colmo
d'immensità che non il mare e i grappoli,
e sei bianca e azzurra e vasta come
la terra nella vendemmia.
In questo territorio,
dai tuoi piedi alla tua fonte,
camminando, camminando, camminando,
passerò la mia vita."


giovedì 22 settembre 2005


Era venuto l'equinozio d'autunno. Già si sentiva, fresco sulla pelle, il frizzo dell'aria serale. Tanti ricordi lo assillavano, che egli mandò alla casa della defunta signora una ragazza, la figlia del suo Portatore di Faretra, con una lettera. C'era un bel chiaro di luna, e dopo aver congedato la sua messaggera egli indugiò un istante a contemplare la notte. Era proprio uno di quei momenti in cui era solito chiedere musica. Ricordava come le parole di lei, sussurrate appena, si mescolavano con quelle armonie di strana forma, ricordava come tutto era strano, il suo viso, la sua espressione, la sua figura. Pensò alla poesia che dice che «le cose reali nell'ombra non sembrano più reali dei sogni», e ai suoi desideri sarebbe bastata una sostanza incorporea come la vita sognante di quelle notti.


MURASAKI
Storia di Genji, il principe splendente, 1001-11 ca.



Salvo
Chiaro di luna 2005

Posso scrivere i versi...
Pablo Neruda

Posso scrivere i versi più tristi stanotte.

Scrivere, per esempio. "La notte è stellata,
e tremano, azzurri, gli astri in lontananza".

E il vento della notte gira nel cielo e canta.

Posso scrivere i versi più tristi stanotte.
Io l'ho amata e a volte anche lei mi amava.

In notti come questa l'ho tenuta tra le braccia.
L'ho baciata tante volte sotto il cielo infinito.

Lei mi ha amato e a volte anch'io l'amavo.
Come non amare i suoi grandi occhi fissi.

Posso scrivere i versi più tristi stanotte.
Pensare che non l'ho più. Sentire che l'ho persa.

Sentire la notte immensa, ancor più immensa senza di lei.
E il verso scende sull'anima come la rugiada sul prato.

Poco importa che il mio amore non abbia saputo fermarla.
La notte è stellata e lei non è con me.

Questo è tutto. Lontano, qualcuno canta. Lontano.
La mia anima non si rassegna d'averla persa.

Come per avvicinarla, il mio sguardo la cerca.
Il mio cuore la cerca, e lei non è con me.

La stessa notte che sbianca gli stessi alberi.
Noi, quelli d'allora, già non siamo gli stessi.

Io non l'amo più, è vero, ma quanto l'ho amata.
La mia voce cercava il vento per arrivare alle sue orecchie.

D'un altro. Sarà d'un altro. Come prima dei miei baci.
La sua voce, il suo corpo chiaro. I suoi occhi infiniti.

Ormai non l'amo più, è vero, ma forse l'amo ancora.
E' così breve l'amore e così lungo l'oblio.

E siccome in notti come questa l'ho tenuta tra le braccia,
la mia anima non si rassegna d'averla persa.

Benchè questo sia l'ultimo dolore che lei mi causa,
e questi gli ultimi versi che io le scrivo.

mercoledì 21 settembre 2005

La lettera era datata 18 settembre 1952 (eravamo ormai al 22 settembre) e Lo indicava il seguente indirizzo: ,,Fermo posta, Coalmont» (Non «Virginia>>, non «Pennsylvania», non «Tennessee»... e neppure «Coalmont», del resto... ho camuffato tutto, amor mio). Opportune ricerche appurarono che si trattava di un piccolo centro industriale a circa milletrecento chilometri da New York. Pensai dapprima di viaggiare per tutto il giorno e per tutta la notte, ma poi cambiai idea e mi riposai per un paio d'ore, verso l'alba, nella stanza di un albergo per automobilisti, pochi chilometri prima della  cittadina. Ero pervenuto alla conclusione che il demone, questo Schiller, fosse un rappresentante di automobili e che avesse forse conosciuto la mia Lolita dandole un passaggio a Beardsley – il giorno in cui ella aveva forato una gomma della bicicletta mentre si recava dalla signorina Emperor– e combinando magari qualche pasticcio sin da allora.



VLADIDIIR NABOKOV
Lolita, 1955



Giochi ogni giorno

Pablo Neruda

Giochi ogni giorno con la luce dell'universo.
Sottile visitatrice, giungi nel fiore e nell'acqua.
Sei più di questa bianca testina che stringo
come un grappolo tra le mie mani ogni giorno-

A nessuno rassomigli da che ti amo.
Lasciami stenderti tra ghirlande gialle.
Chi scrive il tuo nome a lettere di fumo tra le stelle del sud?
Ah lascia che ti ricordi come eri allora, quando ancora non esistevi.

Improvvisamente il vento ulula e sbatte la mia finestra chiusa.
Il cielo è una rete colma di pesci cupi.
Qui vengono a finire tutti i venti, tutti.
La pioggia si denuda.

Passano fuggendo gli uccelli.
Il vento. Il vento.
lo posso lottare solamente contro la forza degli uomini.
Il temporale solleva in turbine foglie oscure
e scioglie tutte le barche che iersera s'ancorarono al cielo.

Tu sei qui. Ah tu non fuggi.
Tu mi risponderai fino all'ultimo grido.

Raggomitolati al mio fianco come se avessi paura.
Tuttavia qualche volta corse un'ombra strana nei tuoi occhi.

Ora, anche ora, piccola, mi rechi caprifogli,
ed hai anche i seni profumati.
Mentre il vento triste galoppa uccidendo farfalle
io ti amo, e la mia gioia morde la tua bocca di susina.

Quanto ti sarà costato abituarti a me,
alla mia anima sola e selvaggia, al mio nome che tutti allontanano.
Abbiamo visto ardere tante volte l'astro baciandoci
gli occhi
e sulle nostre, teste ergersi i crepuscoli in ventagli giranti.

Le mie parole piovvero su di te accarezzandoti.
Ho amato da tempo il tuo corpo di madreperla soleggiata.
Ti credo persino padrona dell'universo.
Ti porterò dalle montagne fiori allegri, copihues,
nocciole oscure, e ceste silvestri di baci.
Voglio fare con te
ciò che la primavera fa con i ciliegi

martedì 20 settembre 2005

Quel 21 settembre i titoli dei giornali della sera annunciavano a tutti ì baiani:
CITTÀ IN FESTA — LA PRIMAVERA DEI MARINAI.
Al bar Flor-de-Sao-Miguel, la sera precedente, prima che si sapesse dell'invasione di rua Barroquinha da parte delle forze di polizia della Sezione Giuoco e Buoncostume e del grido di guerra di Nilia Cabarè, e prima del pronunciamento di Exù Tirirí, il giovane Kalil Chamas aveva biasimato con parole piene di infiammata indignazione la pletora di pedissequi imitatori dei costumi europei che festeggiavano l'arrivo della primavera nel bel mezzo dei piovaschi settembrini – una caterva di idioti, gli stessi che, in occasione della Pasqua, tra-vestivano i figli da conigli e, nel più torrido dicembre, collocavano fiocchi di cotonina sugli alberi di Natale simulando le nevi invernali: «Ci manca solo che indossino la pelliccia e si mettano a tremare dal freddo!».


JORGE AMADO
Teresa Batista stanca di guerra, 1972