domenica 4 settembre 2005

Canzone del maschio e della femmina!

Pablo Neruda


Il frutto dei secoli

che spreme il suo succo

nelle nostre vene.



La mia anima che si diffonde nella tua carne distesa

per uscire migliorata da te,

il cuore che si disperde

stirandosi come una pantera,

e la mia vita, sbriciolata, che si annoda

a te come la luce alle stelle!



Mi ricevi

come il vento la vela.



Ti ricevo

come il solco il seme.



Addormentati sui miei dolori se i miei dolori

se i miei dolori non ti bruciano,

legati alle mie ali,

forse le mie ali ti porteranno,

dirigi i miei desideri, forse ti duole la loro lotta.



Tu sei l'unica cosa che possiedo

da quando persi la mia tristezza!



Lacerami come una spada

o senti come un'antenna!



Baciami,

mordimi,

incendiami,

che io vengo alla terra

solo per il naufragio dei miei occhi di maschio

nell'acqua infinita dei tuoi occhi di femmina!



Il 4 settembre

Mi trovavo nel giardino del console di Danimarca, uno dei punti più elevati della costa, quando tutt'a un tratto lo stretto si presentò ai miei occhi con l'aspetto di un grande fiume di nuvole mosse dal vento dell'est, da cui spuntavano gli alberi di alcuni vascelli. Le persone che abitano qui da molte estati mi hanno assicurato di non aver mai visto una cosa simile; io stesso, pur avendo viaggiato molto nel Mediterraneo, ho visto una sola volta le nuvole scendere così fino alla superficie delle acque.


JAN POTOCKI
Viaggio nell'impero del Marocco, 1792



sabato 3 settembre 2005

Prima di tutto l'uomo

Nazim  Hikmet



Non vivere su questa terra
come un estraneo
o come un turista nella natura.
Vivi in questo mondo
come nella casa di tuo padre:
credi al grano, alla terra, al mare
ma prima di tutto credi all'uomo.
Ama le nuvole, le macchine, i libri
ma prima di tutto ama l'uomo.
Senti la tristezza del ramo che secca
dell'astro che si spegne
dell'animale ferito che rantola
ma prima di tutto
senti la tristezza e il dolore dell'uomo.
Ti diano gioia tutti i beni della terra
l'ombra e la luce ti diano gioia
le quattro stagioni ti diano gioia
ma soprattutto, a piene mani
ti dia gioia l'uomo!





autoscatto

venerdì 2 settembre 2005

Giunse così settembre, e con esso il mio compleanno, che era il giorno tre, e di domenica.

Avevo trascorso tutta quella settimana a Guiàes, nei preparativi della vendemmia, e al mattino presto di quella domenica illustre, m'affacciai al balcone della camera del compianto zio Affonso, vigilando la strada per cui doveva comparire il mio Principe, che sarebbe venuto infine a visitare la casa del suo Zé Fernandes. La zia Vicencia, fin dall'alba, correva affaccendata dalla cucina alla dispensa, poiché, desiderando presentare al mio Principe "le personalità" della montagna, aveva invitato a pranzo alcune famiglie amiche dei dintorni, quelle che possedevano carrozze o barrocci e potevano così rincasare tardi, per le strade malsicure, dopo un balletto campestre nel cortile, che era già stato ornato, per questo scopo, con lanterne cinesi.


JOSE' MARIA DE ECA DE QUEIROZ
 La città e le montagne, 1901 (post.)



Corpo di donna...

Pablo Neruda



Corpo di donna, bianche colline, cosce bianche,
tu rassomigli al mondo nel tuo atteggiamento d'abbandono.
Il mio corpo di contadino selvaggio ti scava
e fa saltare il figlio dal fondo della terra.

Sono stato solo come una galleria. Da me fuggivano gli uccelli
e in me la notte entrava con la sua invasione possente.
Per sopravvivermi ti ho forgiata come un'arma,
come una freccia al mio arco, come una pietra nella mia fionda.

Ma cade l'ora della vendetta, e ti amo.
Corpo di pelle, di muschio, di latte avido e fermo.
Ah le coppe del petto! Ah gli occhi dell'assenza!
Ah la rosa del pube! Ah la tua voce lenta e triste!

Corpo di donna mia, persisterò nella tua grazia.
La mia sete, la mia ansia senza limite, la mia strada indecisa!
Oscuri fiumi dove la sete eterna continua,
e la fatica continua, e il dolore infinito.



giovedì 1 settembre 2005

Nella vita di ognuno esistono momenti — quando la porta sbattuta all'improvviso e senza alcun visibile motivo di colpo si riapre, quando lo spioncino chiuso un attimo fa viene di nuovo aperto, quando un brusco "no" che sembrava irrevocabile si muta in "forse" —, momenti in cui il mondo intorno a noi si trasfigura, e noi stessi ci riempiamo di speranza come di nuovo sangue. E stata concessa una proroga a qualcosa di ineluttabile, definitivo; il verdetto del giudice, del dottore, del console, è stato rinviato. Una voce ci avverte che non tutto è perduto. E con gambe tremanti e lacrime di gratitudine passiamo nel locale adiacente, dove ci pregano di "aspettare un poco" prima di spingerci nel baratro.

Così accadde anche a me quella sera, quando accanto a Ejnar facevo la fila aspettando l'autobus che avrebbe portato all'aeroporto Le Bourget i passeggeri in partenza per Stoccolma. Lui partiva, io restavo. Tra la folla, nel buio crocevia parigino (era il 2 settembre 1939), alle nove di sera, non c'erano altri accompagnatori oltre me — li avevano fatti restare tutti nella sala con le nere tende già tirate.


NINA BERBEROVA

Il giunco mormorante 1988



Desiderio

Federico Garcia Lorca



Solo il tuo cuore ardente
e niente più.

Il mio paradiso un campo
senza usignolo
né lire,
con un fiume discreto
e una fontanella.

Senza lo sprone del vento
sopra le fronde
né la stella che vuole
essere foglia.

Una grandissima luce
che fosse
lucciola
di un'altra,
in un campo di
sguardi viziosi.

Un riposo chiaro
e lì i nostri baci,
nèi sonori
dell'eco,
si aprirebbero molto lontano.

Il tuo cuore ardente,
niente più.